Il cambiamento climatico cancella Copenhagen e fa evaporare Bonn
14 06 2010
Ventuno pagine di parole, molti capitoli ma nessun impegno. Ancora una volta la montagna partorisce un topolino lasciando all’uscio le aspettative di organizzazioni non governative ed interi Paesi del sud del mondo che si aspettavano un percorso più chiaro verso la prossima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che si terrà a Cancun il prossimo dicembre.
Un taglia e cuci che ha cercato di tenere dentro tutto e tutti, facendo sparire persino il discusso termine “Accordo di Copenhagen”, rimandando al prossimo inverno decisioni più vincolanti. Non si è deciso nulla sull’incremento massimo di temperatura media, rimasto tra parentesi quadre e oscillante tra 1.5° e 2° C, contestatissimi dai Paesi del Sud del Mondo. Nulla di fatto anche per i finanziamenti per la lotta al cambiamento climatico, rimasti alle buone intenzioni di Copenhagen in cui i Paesi industrializzati si impegnerebbero a mobilizzare (non a stanziare) fino a 100 miliardi di dollari nel 2020, ben al di sotto delle aspettative dei Paesi in via di sviluppo e della Società civile. E con il rischio che questi fondi vengano gestiti da Organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, le cui politiche troppe volte poco sostenibili sono state denunciate dalle reti internazionali di Ong.
Persino gli impegni nazionali di taglio dei gas serra non hanno raggiunto il risultato atteso, i Paesi sviluppati dovrebbero tagliare del 25-40% entro il 2020, ben al di sotto delle aspettative e comunque senza la necessaria chiarezza rispetto ai livelli medi di quale anno (il 1990? il 2005?). “Ancora una volta la realpolitik ha sovradeterminato la necessità di dare risposte serie al cambiamento climatico - afferma Monica Di Sisto, vicepresidente dell’organizzazione equosolidale Fair - un altro nulla di fatto che va nella direzione di indebolire ulteriormente uno spazio come la Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite, facendo il gioco dei Paesi industrializzati che vorrebbero mani libere ed impegni volontari e non verificabili dalla Comunità internazionale”.
“Il fallimento di Bonn porta con sé una responsbailità in più, soprattutto dopo che a Copenhagen lo si era scelto come sede decisionale importante - dichiara Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - per questo serve una reazione della società civile. Il prossimo 12 ottobre, come rilanciato dalle reti internazionali, sarà una tappa ineludibile per porre al centro dell’agenda politica i diritti della Madre Terra, come dichiarato a Cochabamba”.
Una mobilitazione che comincia a vedere i primi passi già a Genova, da dove all’incontro “Verso Cancun 2010, cambiamo l’economia per non cambiare il clima” organizzato tra gli altri da Legambiente e Fair con il Patrocinio dell’Ambasciata di Bolivia in Italia è stato lanciato l’Appello di Genova per la giustizia sociale e climatica, per contribuire alla mobilitazione del prossimo 12 ottobre sui diritti della Madre Terra.
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Categorie : Clima
Nel 2050 potrebbero divenire oltre 200 milioni, ma già oggi secondo le stime sono almeno 50 milioni le persone costrette all’esodo forzato a causa dei cambiamenti climatici. Sono i profughi ambientali, i nuovi migranti che lasciano le proprie terre a causa della desertificazione e della siccità, lo scioglimento dei ghiacciai e la crescita dei livelli del mare, gli eventi meteorologici estremi come alluvioni e uragani fino alle guerre per il controllo delle materie prime. E’ questo il profilo dell’emergenza umanitaria denunciata oggi da Legambiente nel dossier “Profughi ambientali”. A presentarlo questo mattina nel corso di Terra Futura 2010 a Firenze erano presenti Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, Raffaella Bolini responsabile Attività Internazionali dell’Arci, Giuseppe De Marzo, portavoce dell’associazione A Sud.
“Questa edizione del Rapporto mette a fuoco le grandi sfide sociali del presente che hanno tutte come obiettivo comune quello di tutelare i diritti umani. Attualmente, infatti, gli abitanti dei Paesi ricchi consumano almeno 10 volte di più rispetto a quelli dei Paesi poveri. Complessivamente i 500 milioni di abitanti più ricchi del Pianeta - che costituiscono circa il 7% della popolazione mondiale - sono responsabili del 50% delle emissioni globali di anidride carbonica che, secondo le stime per il 2008 della NEAA, l’Agenzia ambientale olandese, sono 31 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Al contrario i più poveri del Pianeta, oltre 3 miliardi di persone, sono responsabili di appena il 6% delle emissioni, ma pagano il prezzo più alto dei mutamenti climatici. Sono queste le ragioni per cui - come si legge nella parte del Rapporto relativa all’ambiente - non solo la politica e la società civile globale hanno preso pienamente coscienza del surriscaldamento del Pianeta ma è diventato evidente anche ai più alti livelli istituzionali che sulla questione climatica convergono anche le crisi economica, sociale, alimentare e idrica”. Così Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, è intervenuto nell’ambito della presentazione del Rapporto “Diritti globali 2010″ presentato oggi a Roma.