Tira e molla, tira e molla, ma a pagare sono le persone
11 12 2010
Si trattiene davvero un po’ il respiro e le previsioni sull’esito sono davvero difficili. Risiamo alle solite: a volte il “paquet de Cancun” si avvicina a volte si riallontana, ma intanto le persone che vivono in questa città sembrano un po’ più consapevoli di cos’è quella cumbre che si svolge in alcune delle tante strutture faraoniche che rendono questo territorio tanto bello così artificiale. Anche le televisioni e le radio, i media locali in genere oggi sembrano più attente, certo tutti con pochissima fiducia perché alla fine anche gli abitanti di Cancun alle prese con un numero di problemi piuttosto alto ti dicono che è tutta una questione di soldi, e che i Governi dei Paesi più ricchi non vorranno mai rinunciare ai loro privilegi, anche a costo di far bruciare il Pianeta. Conoscono bene lo strapotere statunitense e guardano rassegnati l’ascesa della Cina al primo posto per tante cose, assistono pure abbastanza rassegnati ad una città che fino a qualche decennio fa non esisteva e ora continua a crescere in verticale e in orizzontale senza alcuna regola, senza alcuna sostenibilità. L’acqua dell’oceano ti raccontano, ogni volta che ti affacci alla finestra di un albergo è sempre più vicina. Una città e forse in parte un paese troppo in mano alla speculazione ma anche alla malavita organizzata e con un tasso di corruzione di chi governa, ma anche delle forze di polizia e di chi dovrebbe controllare troppo elevato.
Ma mentre il tira e molla continua sempre più frenetico, in questi giorni da dentro il Vertice delle Nazioni Unite è arrivata la denuncia fortissima del rischio di un nuovo olocausto annunciato. I negoziatori di 43 Paesi tra Africa, Caraibi e Pacifico raccolti nell’Aosis (Alliance of small island states) hanno gridato che se le temperature globali non cresceranno rigorosamente meno di due gradi nei prossimi anni i loro territori scompariranno come dimostra una ricerca dell’Oxford University Centre for the Environment, che ha calcolato che i danni in 15 di questi Paesi potrebbero arrivare tra i 4 e i 6 miliardi di dollari l’anno, con costi per infrastrutture difensive che per alcuni Paesi potrebbero superare i costi stimati di 10 miliardi di dollari.
Bahamas, Suriname, Guyana, Trinidad e Tobago e Belize sarebbero le isole colpite più duramente, mentre andrebbero letteralmente sommersi Stati come Grenada, St Lucia, St Kitts e Nevis. I profughi ambientali che ne deriverebbero supererebbero abbondantemente le 10mila unità, senza contare l’erosione delle spiagge e i danni alle strutture turistiche, che per molte di esse rappresentano fino all’80% del Pil annuo.
La denuncia era già arrivata a Copenhagen durante la Cop dello scorso anno, mostrando come rischiamo realmente di assistere alla fine della storia per isole come Kiribati, Tuvalu, le Cook Islands, le Maldives e le Marshall islands, e quanto le popolazioni di questi Paesi e i loro governi siano disperati temendo di essere il nuovo olocausto del 21esimo secolo, i Paesi dimenticati. I 43 hanno respinto fermamente in un documento comune l’idea che i fondi offerti da Stati Uniti e UE per le politiche di adattamento potrebbero ammorbidirli rispetto alla loro necessità primaria, e hanno ribadito che le temperature non dovranno crescere più di 1,5 gradi, il no al limite di 2 gradi proposto da alcuni Paesi, e annunciato un proprio piano per la creazione di un’economia “a basso tasso di carbonio”, con un pacchetto di aiuti “più significativo di quello oggi sul tavolo”.Alcuni aspetti sono stati anche approfonditi durante le attività parallele ai negoziati che si svolgo all’interno del Summit e ai quali tra gli altri hanno partecipato William Lacy Swing, direttore generale dell’Organismo internazionale per le migrazioni (IOM), Thomas Loster, presidente della Munich Re Foundation alla quale si devono gran parte degli studi sui rifugiati ambientali, e Mohamed Mijarul Quayes del Bangladesh. E vuol dire ricordare anche qui che dopo le siccità nel Sahel e nell’area sub-sahariana devastanti alluvioni hanno sconvolto Mali, Niger, Ciad, scendendo fino alla Nigeria, al Senegal, al Benin ed al Togo, trasformando l’emergenza in dramma. Per questo l’Unione europea ha modificato la quota di finanziamenti messa a disposizione per i Paesi del Sahel, raddoppiandola da 20 a 40 milioni di euro, una cifra che dovrebbe permettere di portare aiuto umanitario ed alimentare ai settori più vulnerabili della popolazione. L’aiuto Ue a favore del Sahel per il 2010 arriva così a 74 milioni di euro, solo un piccolo risarcimento per una situazione creata anche dallo sfruttamento coloniale e neo-coloniale dei Paesi europei, per i cambiamenti climatici innescati dalla nostra industrializzazione e da un modello di vita che per i poveri del Sahel è un sogno inarrivabile che si sta trasformando in incubo, ma anche una “assicurazione” per aiutare in patria una masse di esseri umani disperati che diventerebbero prima profughi ambientali malgraditi negli altri Paesi africani e poi immigrati clandestini nella ricca Europa.
Nel Sahel oltre 10 milioni di persone sono attualmente minacciate dalla fame, 7 solo nel Niger, e 3 milioni tra queste sono in una situazione di insicurezza alimentare tale che la loro salvezza è legata solo ad un aiuto immediato. Gli altri Paesi particolarmente colpiti sono il Ciad (sconvolto anche dalla guerra civile e dai contraccolpi del conflitto nel confinante Sudan) e il nord della Nigeria, il Burkina Faso e l’est e il nord del Mali e il nord del Camerun. Tutti Paesi che sono in fondo alla classifica dell’indice di sviluppo umano e dove a causa del livello elevato di povertà e della mancanza di infrastrutture e dei servizi di base, una gran parte della popolazione è estremamente vulnerabile agli choc esterni quali il cambiamento climatico, la diminuzione della produzione alimentare e l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari. E va pure detto che la crisi alimentare del Sahel ad esempio, non arriva certo inaspettata, e prevista già nel settembre 2009 con gli eventi meteorologici estremi degli ultimi mesi e settimane si è ulteriormente aggravata.
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“Un mondo diverso è possibile”: è questo lo striscione con cui Legambiente ha sfilato nel corso della manifestazione di Cancun, organizzata dal Dialogo Climatico in occasione del COP16. I volontari di Legambiente hanno proseguito, poi, con l’altro gruppo di manifestanti, l’accampamento di via Campesina per avvicinarsi al vertice istitituzionale. “Manifestiamo con questo striscione dal WTO di Seattle del 1999 per chiedere che vengano finalmente poste le basi reali per un cambiamento di rotta e una vera lotta alle emissioni climalteranti –ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore nazionale di Legambiente- Impegni vincolanti e chiari obiettivi di riduzione per i paesi industrializzati, ma anche un nuovo protocollo che ridefinisca la posizione di Cina, India e Brasile: sono queste le richieste che portiamo oggi qui per spingere le economie emergenti ad indicare quali azioni metteranno in pratica per limitare la crescita delle emissioni prevista nei prossimi dieci anni. Su questo fronte, l’Europa non può e non deve abbandonare la sua leadership, ma continuare a puntare con forza, nonostante le difficoltà, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e il potenziamento dell’efficienza energetica. Mentre si continua a discutere per trovare un accordo –ha concluso Gubbiotti– già cinquanta milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre per cause ambientali. Sono proprio le comunità più povere e i territori più fragili, infatti, a pagare fin da ora i prezzi più alti delle conseguenze dei mutamenti. E’ per questo che dopo il fallimento del vertice di Copenaghen, chiediamo risposte concrete ai governi, il rispetto degli impegni presi e soluzioni adeguate, a cominciare dai paesi industrializzati”.