Lazio promosso per canoni su minerali ma il business dell’oro blu è insostenibile

22 03 2010

bollicine.jpg“Il Lazio viene promosso per i canoni di concessione delle acque minerali, ma il business dell’oro blu in bottiglia continua ad essere insostenibile per la collettività sotto il punto di vista economico e ambientale - ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e candidato nella lista dei ‘Verdi per Bonino’ alla Regione Lazio - L’acqua di rubinetto è più economica e meno dannosa per l’ambiente, ma anche più sicura, servono campagne per promuoverne l’utilizzo. Un contesto nel quale è fondamentale impedire qualsiasi obbligo di privatizzazione nella gestione dell’acqua di rubinetto. L’acqua è un diritto fondamentale e universale, una risorsa primaria senza la quale è impossibile vivere, non un servizio pubblico qualsiasi, non può essere ridotta a merce”.

Il Lazio è infatti tra le poche Regioni promosse per la gestione delle acque minerali, grazie al doppio canone applicato sia in relazione all’estensione delle concessioni che alla quantità di acqua prelevata e imbottigliata, anche se preoccupa l’enorme estensione di oltre 3.600 ettari per le 34 concessioni esistenti, che portano la nostra regione al secondo posto in Italia per estensione della superficie destinata al prelievo delle acque minerali. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, Legambiente e la rivista Altreconomia tornano a denunciare, con il dossier “Il far west dei canoni di concessione sulle acque minerali”, il ‘business dell’oro blu in bottiglia’ nel nostro Paese, che fa registrare un consumo pro capite di 194 litri di acque minerali più del doppio della media europea e americana che si aggirano sugli 80 litri.

Nel Lazio, sulla sulla base dei parziali dati raccolti, sono quasi 290 milioni i litri imbottigliati (dei quali il 25% in vetro) e quasi 360mila i metri cubi emunti. Sul fronte del canone si prevedono dai 60 ai 120 euro per ciascun ettaro dato in concessione, penalizzando di più il maggiore prelievo di acqua (la soglia limite per la tariffa più bassa è di 25 milioni di litri all’anno); 2 euro per ogni metro cubo di acqua imbottigliata; 1 euro al metro cubo per il volume emunto ma non imbottigliato. Sono inoltre previsti degli incentivi per favorire l’uso degli imballaggi in vetro o meglio ancora del vuoto a rendere, con una riduzione del canone sull’imbottigliato rispettivamente del 50% o del 70%, per l’acqua commercializzata non solo in vetro ma anche con vuoto a rendere.

“Nel Lazio la Regione ha compiuto un primo fondamentale passo definendo i canoni per le concessioni delle acque minerali, ma ci preoccupano ancora le tante e troppe estese concessioni – ha dichiarato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio - L’acqua è una risorsa preziosa e come tale va trattata, i cittadini si sono affezionati alle minerali con le bollicine ma spesso l’acqua di rubinetto è di eguale qualità e certamente ha un numero di controlli molto elevati. Servono allora norme più stringenti, per favorire l’uso dell’acqua pubblica, innalzando ancora i canoni, fermi dal 2006, stabilendo una cifra di almeno 2,5 Euro per metro cubo imbottigliato o solo emunto e nel frattempo avviando una campagna di informazione tra i cittadini per proteggere questa risorsa così importante”.

In Italia, le Regioni incassano dalle aziende cifre mediamente irrisorie e insufficienti a ricoprire anche solo le spese sostenute per la gestione amministrativa delle concessioni o per i controlli, senza considerare quanto viene speso dagli enti locali per smaltire il 65% delle bottiglie in plastica che sfuggono al riciclaggio. L’imbottigliamento di 12,5 miliardi di litri comporta inoltre l’uso di 365 mila tonnellate di PET, un consumo di 693mila tonnellate di petrolio e l’emissione di 950mila tonnellate di CO2 equivalente in atmosfera. Per la fase di trasporto poi solo il 18% delle bottiglie di acqua minerale viaggia su ferro, mentre il resto è affidato ai grandi TIR che viaggiano per centinaia di chilometri lungo le autostrade d’Italia consumando combustibili fossili (gasolio) ed emettendo grandi quantità di inquinanti in atmosfera (da quelli globali come la CO2 a quelli locali come il PM10).
 

Per maggiori approfondimenti è stato pubblicato il libro “Imbrocchiamola” (Altreconomia edizioni 2010, 72 pagine, 3 euro). Il dossier completo “Il far west dei canoni di concessione sulle acque minerali” è disponibile su www.legambiente.it.



Manifestazione in difesa dell’acqua pubblica per fermare le privatizzazioni

18 03 2010

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“L’acqua è un diritto, non è una merce!”. Con questo slogan anche Legambiente Lazio parteciperà oggi pomeriggio a Roma alla manifestazione nazionale promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua “per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa”, contro l’obbligo di privatizzazione dell’acqua e il business dell’oro blu. Il corteo partirà, alle 14, da piazza della Repubblica e sfilerà sino a piazza Navona dove, dalle 18, si terranno gli interventi.

“L’acqua è un diritto fondamentale e universale, una risorsa primaria senza la quale è impossibile vivere, non un servizio pubblico qualsiasi, non può essere ridotta a merce - ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e candidato nella lista dei ‘Verdi per Bonino’ alla Regione Lazio - La gestione del privato in questi anni per questo servizio non è stata efficace: la qualità dell’acqua è peggiorata, è aumentato il consumo - tanto che l’Onu ha dimostrato come si sia ridotta la quota pro capite nel mondo - e sono sicuramente aumentate anche le bollette. Oggi stiamo parlando di una politica che va verso un monopolio, proseguendo così il 65% del patrimonio idrico dell’Europa e del Nordamerica sarà in mano a tre sole multinazionali, due francesi e una tedesca. La progressiva privatizzazione dimostra che il pubblico non riesce a controllare il privato nella fornitura de i servizi idrici, cosa che diventerà impossibile quando i privati dovranno rispondere alla logica internazionale delle multinazionali”.

A Roma tiene banco in queste settimane il rischio di privatizzazione di ACEA, l’utility che gestisce la rete idrica capitolina, che il Comune di Roma avrebbe intenzione di cedere ai privati. L’Acea fornisce ogni anno ai romani oltre 309 milioni di metri cubi di acqua potabile. Nella sola Capitale e nel Lazio Centrale, attraverso l’Ato 2, essa raggiunge circa 3,5 milioni abitanti, per un totale di 500mila utenze, con un’estensione delle reti di 10mila chilometri e 6mila chilometri di fognatura, per una depurazione, come riportano i dati di Ecosistema Urbano, pari al 97% (mentre con una percentuale del 25% risultano molto alte le perdite di rete).

“Anche nel Lazio è già chiaro che la gestione dell’acqua da parte dei privati è fallimentare, addirittura in situazioni dove la maggioranza rimaneva pubblica come nel caso di Acqualatina o dell’ACEA Ato 5 a Frosinone, l’aumento delle tariffe è stato esorbitante e a volte si è determinata anche la riduzione della disponibilità della risorsa – ha dichiarato Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio - L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere, continuando ad essere erogata a tutti, mantenendo i tanti controlli che già ci sono e lavorando di più su riduzione delle perdite di rete e dei consumi e depurazione. A Roma il Sindaco Alemanno non può svendere il futuro dell’acqua e dei suoi cittadini, quel patrimonio deve restare universale ed inalienabile”.

Legambiente ricorda che la dotazione minima di acqua per vivere è di circa 50 litri al giorno ma a Roma ne consumiamo mediamente 233, mentre un africano fortunato di una regione subsahariana ne consuma meno di 20. Nel mondo più di 1 miliardo di persone, oggi, non ha accesso all’acqua e 2,6 miliardi mancano di servizi sanitari. Siamo inoltre in un contesto in cui i cambiamenti climatici stanno già riducendo le riserve di acqua potabile, a causa dei processi di desertificazione, favoriti anche dalla diminuzione della portata dei fiumi e delle precipitazioni nell’area mediterranea.

Qui potete scaricare il testo dell’Appello di convocazione della manifestazione.
 

Qui sotto potete vedere un video con le dichiarazioni di Maurizio Gubbiotti
sul tema dei rischi della privatizzazione del bene acqua.



Un parco inter-regionale del fiume Tevere per una concreta messa in sicurezza

16 03 2010

tevere.jpgNel Comune di Roma sono ben 552,66 gli ettari classificati come a “rischio idrogeologico molto elevato” R4 ricadenti nel bacino del Tevere, un territorio fragile tra Ponte Milvio, le aree dell’Aniene e la foce del fiume del quale tornare ad occuparsi nei momenti lontani dalle drammatiche emergenze per alluvioni e frane. È questo uno dei temi centrali messi a fuoco nell’ambito del Convegno “Un patto per il Tevere. Proposte e azioni per la riduzione del rischio idrogeologico” organizzato presso la Sala della Mercede della Camera dei deputati, dove Legambiente e Anci hanno sottoscritto il Patto per il territorio, con dieci impegni per la concreta azione di mitigazione del rischio.

“Se il territorio è la più importante infrastruttura del Paese, la sua gestione, volta alla mitigazione del rischio idrogeologico, è tra le più importanti opere pubbliche – ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e candidato nella lista dei ‘Verdi per Bonino’ alla Regione Lazio - Basta gridare all’emergenza dopo i disastri, puntiamo piuttosto a proposte per una concreta azione di messa in sicurezza, secondo le parole d’ordine riqualificazione del territorio, diminuzione del consumo di suolo, delocalizzazione dei beni esposti. Per questo, proponiamo sin dagli anni ‘90 la creazione del parco inter-regionale del Tevere, uno strumento di tutela e valorizzazione degli ambiti fluviali ed un’occasione di sviluppo e pianificazione sostenibile del territorio intorno al fiume. E ribadiamo invece il nostro fermo no al nuovo porto di Fiumicino, un gigante di cemento nel pieno della foce del Tevere, uno di quei progetti assurdi e sbagliati che continuano ad essere approvati, anche purtroppo con il benestare dall’Autorità di Bacino”.

Proprio per battere il rischio idrogeologico e valorizzare il bacino, Legambiente ha riproposto l’istituzione del Parco Fluviale Interregionale del Tevere, un’idea strategica che fu inserita proprio su proposta di Legambiente tra le priorità della Legge Regionale sui parchi vigente nel Lazio. Ma allo stesso tempo non si può continuare ad approvare progetti devastanti come quello del nuovo Porto di Fiumicino, il più grande porto del Lazio e d’Europa, in una splendida area classificata a “rischio idrogeologico molto elevato (R4)”, per un totale di circa 129mila metri cubi di cemento, 105 ettari di demanio consumati e 1.445 posti barca.

Il bacino del Tevere, di 17.375 kmq di estensione, racchiude luoghi importanti e meravigliosi: i 7.194 kmq che ricadono nel Lazio, coinvolgono 201 Comuni (il 53,3% su 377 complessivi), per un totale di 1.076 frazioni o centri abitati, che ospitano oltre 3 milioni di abitanti. Un territorio ricco della storia, della natura e della cultura che in migliaia di anni si sono stratificate in un modo irripetibile: oltre 200 luoghi di interesse storico e naturalistico, con almeno 60 diversi prodotti tipici e quasi 80 sagre e mercatini di artigianato, secondo uno studio di Legambiente.

“Basta compromessi sulla pelle del Tevere e dei suoi abitanti. Il clima cambiato sta portando ad eventi estremi sempre più frequenti e pericolosi, bisogna allora cambiare passo per rispondere a questa nuova situazione - ha dichiarato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – La pianificazione di bacino coglie molto bene tutti questi aspetti, va resa operativa stoppando progetti scellerati e rispettando i vincoli, con precise misure di salvaguardia, cogliendo la fragilità di questi territori come una grande opportunità per il futuro del Lazio. Servono scelte politiche chiare e vanno investiti i fondi per raggiungere il risultato, visto che ad oggi sono stati stanziati solo 60 milioni di 1,7 miliardi di Euro stimati dall’Autorità di bacino del Tevere nel Piano di Assetto Idrogeologico”.

Solo il 4% del totale degli investimenti per il PAI è stato reperito, per gli interventi da attuare per le aree a rischio frana, a rischio idraulico, per la manutenzione ordinaria e contro i dissesti di basso rischio per il reticolo minore. A dimostrazione di come le risorse in questo settore sono sempre più difficilmente reperibili e come sinora, invece, all’aumentare delle spese per una presunta messa in sicurezza, è corrisposta una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni, con una una dissipazione di risorse economiche. Complessivamente nel Comune di Roma sono a rischio oltre 1.800 ettari, ricadenti nel bacino del Tevere: ai 552,66 ettari classificati a “rischio idrogeologico molto elevato” R4, se ne aggiungono 319,48 a “rischio elevato” (R3, 0,27%) e 935,10 a “rischio medio” (R2, 0,79%).






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