Clima, Cgil-Legambiente-Fair: serve accordo vincolante già dal 2013

9 12 2011

Cgil, Legambiente e Fair, presenti alla conferenza di Durban sul clima Cop17 come organizzazioni osservatrici, spingono perché dal summit “si esca con un accordo legalmente ed operativamente vincolante già dal 2013 sulla base del Protocollo di Kyoto”. “Il protocollo di Kyoto è l’unico accordo internazionale vincolante per la lotta al cambiamento climatico, uno strumento che seppur da aggiornare permette una cornice legale all’interno della quale coinvolgere tutti i Paesi membri della Convenzione” spiega Maurizio Gubbiotti, responsabile dipartimento internazionale di Legambiente.

“Un second commitment period, come previsto e rilanciato anche nella road map di Bali, è elemento sostanziale -continua Gubbiotti- per mantenere efficace la lotta al cambiamento climatico, sulla base di una responsabilità dei Paesi storicamente inquinatori”. E’ “necessario un Green Fund operativo già da subito”, secondo Cgil, Legambiente e Fair, basato soprattutto su “fondi pubblici nuovi ed aggiuntivi e sotto l’egida dell’Unfccc, che eviti ogni intervento di Banca Mondiale e di altre istituzioni internazionali nella gestione del Fondo stesso”.

“Il Green Fund, di 100 miliardi di dollari all’anno, sebbene sottostimato rispetto alle reali esigenze, dovrebbe stanziare, e non mobilizzare fondi, e dedicarli specificamente alla lotta al cambiamento climatico ed all’adattamento” aggiungono.

“Per quanto riguarda il Green Fund occorre che altri Paesi, oltre alla Germania, si impegnino concretamente nel suo finanziamento -afferma Oriella Savoldi, responsabile dipartimento ambiente e territorio della Cgil- a sostegno dell’equa transizione che non può essere scaricata sui Paesi del Sud del mondo e neppure sui lavoratori, le lavoratrici e le fasce sociali più deboli”.

“Di sostanziale importanza è poi la legittimità delle decisioni prese all’interno della Cop, che non dovrebbero essere sottoposte all’interferenza di altre organizzazioni internazionali. “Nella bozza di shared vision appena diffusa -sottolinea Alberto Zoratti, responsabile clima ed economia dell’organizzazione equosolidale Fair- c’è un chiaro accenno alla necessità che le scelte prese in sede Cop siano condizionate dalle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”.

“Un precedente molto pericoloso -precisa Zoratti- che metterebbe nelle mani di un’organizzazione orientata alla liberalizzazione dei mercati e fuori dalle Nazioni Unite un percorso multilaterale che va salvaguardato e non sottoposto ad una visione del mondo, peraltro in crisi”.

9 dic. (Adnkronos) vedi anche vita.it



Le mosse sullo scacchiere geopolitico di Durban, sullo sfondoi l sogno di una governance mondiale

7 12 2011

foto.JPG E’ tutta una questione di geopolitica e di governance mondiale!
E’ intorno a questo che ci si sta muovendo qui a Durban ma con una posta in gioco particolarmente alta e quest’anno ancor più delle scorse edizioni, quella della vita sul nostro Pianeta messa a rischio dai cambiamenti climatici indotti in gran parte dall’attività umana.

Per questo risulta così importante una proroga del protocollo di Kyoto, in scadenza alla fine del 2012, che dovrebbe tenere innanzitutto a freno le emissioni di anidride carbonica, e i colloqui sono entrati in una fase cruciale, con i delegati di più alto livello dei 192 Paesi partecipanti alla COP17 (per l’Italia partecipa ai lavori il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini), che cercano di formulare un accordo o quanto meno di elaborare un percorso sui problemi connessi alla riduzione delle emissioni.

Il Kyoto 2 che potrebbe uscire proporrebbe di limitare progressivamente le emissioni di gas ad effetto serra anno per anno al fine di raggiungere la neutralità climatica globale entro la metà del secolo e, a lungo termine, la stabilizzazione di gas serra a non più di 350 parti per milione di anidride carbonica equivalente.

Progredire con decisione verso un’economia a basso consumo di carbonio e con produzione di energia da fonti pulite e rinnovabili.

Sostenere il progresso nella prosperità e qualità della vita che sono ricercati in tutto il mondo e specialmente dai paesi più poveri, mobilitando i fondi raccolti in modo tale che vengano investiti per affrontare sia le cause che le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Dare a tutti i paesi dotati di ecosistemi ricchi di carbonio, come le foreste, paludi e torbiere, incentivi finanziari per la loro conservazione, in nodo tale da preservare la biodiversità, e attuare una riforma agraria in modo tale che vengano ridotte le emissioni inquinanti legate a questo settore.

Compiere infine ricerche a basso costo ed eco-compatibili di geo-ingegneria, cosa che risulterebbe nuova rispetto al precedente, per gli investimenti che potrebbero destinarsi alle opere di geo-ingegneria.

Tutto ciò dovrebbe essere vincolante anche per quei paesi che non hanno aderito a Kyoto 1997, come gli Usa, che non sono disponibili ad un Kyoto 2, come Giappone, Russia e Canada, o che non hanno impegni di riduzioni di emissioni derivanti dal Trattato, come Cina, India e tutti i paesi emergenti. Ma dietro a questo appunto, assumono importanza il posizionamento della Cina, che per questo cerca di tornare ad avere una forte egemonia sul G77, nei confronti degli Stati Uniti, ma anche viceversa.

E’ chiaro quindi che forse come non mai si respiri un’aria da potrebbe succedere oppure no, quasi al cinquanta per cento! Kyoto is in the past, Kyoto appartiene al passato cioè, ma anche Kyoto unico accordo internazionale esistente capace di mettere vincoli e dare indicazioni alla lotta al cambiamento climatico.

Il Canada dopo aver aperto una spaccatura interna alla COP che neppure al Giappone ai tempi della COP16 era riuscito di fare, ha definito unico accordo degno di nota il Cancun agreement, l’accordo general-generico approvato per acclamazione in Messico, per rimettere in carreggiata un negoziato al limite della chiusura dopo Copenhagen. Ma bel coup de théâtre anche quello della Libia che ricchissima di petrolio sogno proibito degli occidentali ed appena uscita da una guerra devastante, ha dichiarato, non si sa quanto seriamente, di voler sostituire completamente i combustibili fossili con le energie rinnovabili, più sicure e meno inquinanti, facendo capire di avere in mente un progetto per tante pale eoliche nel deserto del Sahara.

Bloccare però l’implementazione di Kyoto aprirebbe molti fronti, tra cui la richiesta da parte dei Paesi in via di Sviluppo di bloccare tutte le soluzioni di mercato, soprattutto i Clean Development Mechanisms, che spostano miliardi di dollari in diritti di emissioni per quei Paesi che non riescono, o non vogliono, tagliare direttamente la loro CO2. Se uno non accetta Kyoto, non si capisce perché dovrebbe poterne trarre delle opportunità economiche, chiedono a voce alta i Paesi dell’Alleanza Bolivariana delle Americhe.

Intanto arriva la notizia che l’ultimo decennio è stato il più caldo dal 1850 ad oggi, ovvero da quando si effettuano misurazioni meteorologiche accurate. Il 2011 chiude un periodo che ha fatto registrare un aumento della temperatura media tale da far temere agli scienziati per il futuro della Terra, e a lanciare l’allarme è il Wmo, l’organizzazione meteorologica mondiale, che proprio in questa diciassettesima Cop ha avvertito che ci si sta velocemente avvicinando a cambiamenti climatici irreversibili. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e si stanno rapidamente avvicinando a livelli coerenti con una crescita di 2/2,4 gradi Celsius della temperatura media globale, hanno spiegato, e un aumento oltre la soglia dei due gradi potrebbe innescare cambiamenti climatici irreversibili per il sistema terrestre.

Il periodo 2002-2011 ha eguagliato il record del 2001-2010 come decennio più caldo da quando sono state effettuate misurazioni accurate nel 1850. A questo si è aggiunto, nella seconda metà del 2010 fino a maggio 2011, il passaggio della Nina, il fenomeno ciclico climatico che si ripete ogni 3-7 anni e riguarda un’ampia porzione di oceano nel Pacifico Tropicale Orientale. La Nina è un raffreddamento anomalo di 3-4 gradi delle acque superficiali dell’oceano e che ha come conseguenza una modifica nella circolazione equatoriale dei venti e con essa la distribuzione delle precipitazioni.

A farne le spese, stavolta, è stata l’Africa orientale, colpita da una spaventosa siccità, le isole nel Pacifico equatoriale e le regioni meridionali degli Stati Uniti, senza dimenticare le alluvioni in Africa e Asia meridionale e nell’Australia orientale. Nonostante la Nina, come il Nino, siano oscillazioni periodiche della temperatura superficiale delle acque, l’innalzamento della temperatura media atmosferica invece ha effetti sulla loro intensità e frequenza.

Secondo i dati provvisori dell’Omm la temperatura media per il periodo gennaio-ottobre del 2011 è di 0,41 gradi C superiore rispetto alla media annuale di 14 gradi per il periodo 1961-1990. Il 2011 risulta quindi al decimo posto ex aequo degli anni più caldi dal 1850. In uno dei dialoghi pubblici tenutosi qui e dal titolo “La giustizia climatica per i rifugiati del clima: serve un impegnativo nuovo quadro giuridico” è stato ampiamente mostrato come la catastrofe del cambiamento climatico non solo rappresenta un pericolo mortale, ma porta anche alla distruzione dei mezzi di sussistenza, e che minaccia milioni di persone nel sud globale di un futuro da rifugiati ambientali.

Recenti studi si è detto dimostrano che circa 30 milioni di persone dalle zone costiere del Bangladesh, 300 mila dalla Maldive, 10 milioni dal Vietnam, 10 milioni dal Mediterraneo l’Egitto, e 600 mila dalla Guyana, tra gli altri saranno spostati a causa della perdita di terre a seguito degli effetti del cambiamento climatico.

per maggiori informazioni www.greenreport.it



Durban, prosegue l’incertezza: Cina disponibile, ma Canada si tira fuori

7 12 2011

logo.jpg Siamo all’inizio della seconda settimana di Conferenza delle parti sui mutamenti climatici numero 17, che nella tradizione è anche quella decisiva. E’ durante questa settimana che normalmente si inizia a fare sul serio, ma come un po’ drammaticamente preannunciato prosegue l’incertezza con qualche pesante preoccupazione in più. Infatti la notizia di oggi sembra quella che la Cina sarebbe disponibile ad impegnarsi mentre il Canada si tira fuori. Si rischia quindi una politica al ribasso con un futuro dove gli impegni a prendersi cura del pianeta saranno pochi e mal distribuiti, e a pagarla come sempre saranno i più poveri, che siano al Sud o nella marginalità delle grandi città del Nord. Ma il Canada, in sintonia con altri Paesi come il Giappone o gli Stati Uniti che pure non hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto ed i suoi impegni vincolanti, sembra aver fatto la sua scelta. Un costo troppo alto hanno affermano, e senza il contributo di Paesi come Cina, Stati Uniti e India di nuovi impegni non se ne parla. Anche se proprio la Cina stavolta un passo avanti lo aveva fatto, affermando ieri la propria disponibilità ad accettare imposizioni vincolanti sull’emissioni dal 2020, anno di scadenza degli impegni volontari che Pechino si è data.

La Conferenza di Durban è iniziata la scorsa settimana sotto una pioggia battente, a tratti torrenziale, che ha addirittura causato delle vittime, quasi a mostrare fisicamente quanta urgenza ci sia e quanto dovrebbe essere un vero imperativo quello enunciato dal primo ministro sudafricano in apertura di seduta: «We are in Durban with one purpose: to find a common solution that will secure a future to generations to come», e cioè «Ci troviamo a Durban con un solo scopo: trovare una soluzione comune che garantisca un futuro per le generazioni a venire».

 Il documento dall’inquietante nome “Amalgamation document”, che ha dato il via all’appuntamento, ha tentato lo sforzo di tenere tutto insieme, ma diversi a cominciare dall’Unione Europea hanno lamentato la scarsa ambizione di un atto che dovrebbe pianificare gli sforzi dei prossimi anni per la lotta al climate change, e al tempo stesso rimane piuttosto cristallizzato lo scenario all’interno del gruppo di lavoro sul Protocollo di Kyoto. E il Protocollo, ormai in scadenza, rischia di finire in soffitta con tutte le speranze di un nuovo periodo di impegni vincolanti a cui i Paesi industrializzati dovrebbero attenersi.

Molto incerte quindi le previsioni sulla possibilità di un vero accordo entro questo venerdì, con una situazione in evoluzione, ma un braccio di ferro sempre più forte ed il rischio concreto di un ulteriore spostamento alla prossima COP18, prevista in Qatar nel 2012.

Il problema è che diversi Paesi, soprattutto Cina e G77 assieme ai Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Boliviariana delle Americhe (Ecuador, Bolivia, Venezuela per dirne alcuni) sono molto chiari: senza un secondo periodo di impegni sotto Kyoto, il rischio è che salti tutto. Anche perché alcuni meccanismi di mercato, come i Clean Development Mechanism che assicurano ai Paesi con obblighi di riduzione di scambiare diritti di emissione con progetti di sviluppo pulito nei Paesi del Sud, sono previsti dal Protocollo di Kyoto. La posizione dei Paesi emergenti è chiara ed è quella che se si rifiuta Kyoto, lo si rifiuta in toto.

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