G8-G20 Toronto: un flop e ognuno si organizzi come può…

29 07 2010

toronto.jpgUn G8 sempre più spento che però non si rassegna, annuncia che la formula resta in piedi e poi si riversa dentro un G20 che per “motivi tecnici” rischia pure di far saltare la conferenza stampa finale, ma certamente non riesce ad esprimere nulla di incoraggiante. Nonostante crisi economica, occupazionale, climatica, mettano sempre più a rischio le sorti dei popoli del mondo, i vari paesi hanno segnato divergenze di vedute piuttosto marcate sul da farsi nel versante delle politiche economiche. E non solo tra Stati più industrializzati e giganti emergenti, ma anche all’interno dello stesso gruppo ristretto di economie industrializzate, dove il primo confronto è stato tra Usa e Ue, con i primi preoccupati di continuare a sostenere la ripresa economica, e i secondi con lo spauracchio della crisi di bilancio in Grecia, protesi verso drastiche manovre di risanamento dei conti pubblici. Ma quando il confronto si è allargato ai nuovi giganti globali, Cina, India, Brasile, ma anche ad attori di ruolo di Africa e Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, la situazione non è migliorata. A cominciare dai soliti attriti tra Usa e Cina sullo spinoso nodo dei cambi, dove Washington accusa Pechino di tenere artificiosamente basso lo yuan per favorire il suo export e la Banca centrale cinese annuncia “più flessibilità” sui cambi, ma con movimenti graduali ed uno yuan che rimarrà “stabile”.
E se l’unico segnale che esce da qui è che la ripresa è ancora fragile ed esposta a molti rischi, sulle risposte però, si procederà in ordine sparso: nessuno accordo per tassare le banche e nessuna ricetta unica sulle politiche economiche. Ognuno deciderà di ridurre i deficit, ma con azioni nazionali mirate. Nell’agenda politica oltre alle condanne di Iran e Corea del Nord si è parlato di Afghanistan, sottolineando l’auspicio che entro 5 anni le forze afgane siano autonome nel garantire stabilità e sicurezza.
Mentre il Fondo monetario internazionale quindi aveva affermato che un mancato accordo avrebbe creato una situazione in grado di mettere a rischio trenta milioni di posti di lavoro, nessun accordo si è riusciti a trovare su una delle misure più attese e controverse come la tassa sulle banche, bocciata sia dal G8 che dal G20, con tanti paesi che hanno opposto un no secco all’idea di imporre una tassa globale a carico delle banche, per farle contribuire ai costi dei rischi che creano sull’economia. Una misura che di fatto gli Stati Uniti hanno già messo in campo e che ogni stato ha “l’opzione” di imporre ove lo ritenga, ma che ad esempio lo stesso premier italiano Berlusconi, l’esclude per l’Italia dal momento che a suo parere il nostro sistema di credito è solido e nella crisi si è ben comportato. Anche in Canada del resto il Governo italiano ha dimostrato come la tattica preferita sia quella della “melina”: nessuna cifra per il futuro, nessun dato, nessun nuovo impegno, e nel caso dell’unica iniziativa varata non è dato di sapere con quante risorse intenda contribuirvi.
Il documento conclusivo del G8, vede poi i grandi della Terra prendere un impegno da 7,3 miliardi di dollari per la tutela della maternità, ma il Rapporto sull’accountability, ovvero su quanto sin qui realizzato dai G8 rispetto agli impegni assunti nei vertici precedenti, ci da l’idea di come anche le cifre e i dati siano un’opinione. I 6.5 miliardi spesi per L’Aquila Food Security Initiative rispetto ai 22 promessi lo scorso anno così come i 5 miliardi promessi in questi giorni per la Muskoka Initiative in materia di salute materno infantile, contengono l’ambiguità tra quelli che sono realmente soldi nuovi messi a disposizione, e quanti invece quelli legati ad operazioni contabili di riciclaggio di fondi già stanziati e spesi.
Sul fronte della lotta ai mutamenti climatici le conclusioni del G8 ripercorrono lo schema usuale: grande priorità, aumento della temperatura globale che non deve superare i 2 gradi Celsius rispetto ai livelli pre-industriali e riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali entro il 2050. Inoltre obiettivo di sostegno dei paesi sviluppati per la riduzione delle emissioni di gas serra complessivamente dell’80% o oltre entro il 2050, rispetto al 1990 o anni più recenti. Tutto però rimandato all’appuntamento di Cancun della prossima Conferenza delle parti sui mutamenti climatici, senza nessun impegno, figuriamoci sui fondi necessari a mitigare le conseguenze dei mutamenti climatici. Le conclusioni del G20 se fosse possibile affievoliscono ancora l’annuncio, e lì naufragano irrimediabilmente i provvedimenti preannunciati contro i sussidi ai combustibili fossili che incoraggiano gli sprechi, proprio mentre la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico prosegue inarrestabile.
E tra le altre cose ancora, questo doveva essere un appuntamento decisivo in vista del prossimo Summit delle Nazioni Unite che a settembre di quest’anno dovrà valutare i progressi compiuti rispetto agli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio assunti dai 192 Stati membri ONU nell’anno 2000, e sui quali i primi dati del Rapporto anticipati dal Segretario Generale ONU Ban Ki Moon, evidenziano un preoccupante ritardo.
Come ONG e realtà di società civile, intanto crediamo sarebbe utile raccogliere la proposta avanzata da Sarkozy, perchè nel prossimo G8 del 2011 in Francia, il rapporto sull’accountability sia redatto dai Paesi beneficiari e non unicamente da quelli donatori come questa volta. C’è bisogno di un’operazione verità che insieme ai Paesi in Via di Sviluppo smascheri i trucchi e le manipolazioni dei dati, fatte da coloro che possono spendere davvero 1 miliardo di dollari per organizzare un summit come questo appena conclusosi, ma non per sfamare milioni di persone.


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