DOPO DURBAN 2011. VERSO RIO +20 E LA COP18

19 01 2012

La Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP17) appena conclusasi in Sud Africa ha salvato, per un secondo periodo, l’accordo di Kyoto e ha impegnato con la “Piattaforma di Durban” a  definire un nuovo accordo  globale con forza giuridica per la riduzione delle emissioni da parte dei Paesi industrializzati e dei Paesi emergenti. I termini dell’accordo devono essere concordati entro il 2015 ed entrare in vigore dal 2020.
Ma se la conferma di “Kyoto 2″, fino all’ultimo non scontata, ha permesso un respiro di sollievo, i ripetuti avvertimenti della comunità scientifica sull’urgenza di azioni concrete per ridurre le emissioni, avrebbero preteso l’adozione di vincoli da subito e non al 2020. Così come, da subito,  avrebbero dovuto essere formulati impegni finanziari destinati al Green Climate Fund e non soltanto rassicurazioni per versamenti futuri. L’esito del vertice è modesto rispetto alle necessità del Pianeta e rimette alla volontà globale la ricerca di nuovi impegni per sostanziare la lotta ai cambiamenti climatici, la cui riuscita ci consegna la necessità di un aggiornamento di elaborazione e  un rilancio di iniziativa.
Per questo, dopo Durban ed in vista del prossimo Rio+20 in programma a fine giugno a Rio de Janeiro e della prossima Conferenza Onu a Doha in Qatar per il prossimo dicembre, CGIL, Fair e Legambiente hanno organizzato un momento pubblico aperto alla cittadinanza, per condividere e discutere strategie comuni per una società realmente capace di futuro.

Introduzioni di

Oriella Savoldi - CGIL

Maurizio Gubbiotti - Legambiente

Alberto Zoratti - Fair

Interventi di

Natale Caminiti - Enea

Maria Grazia Midulla - WWF

Claudio Falasca - Cnel

Alessandro Gianni - Greenpeace

Antonio Federico - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Gianni Silvestrini - Kyoto club

interviene

On. Corrado Clini - Ministro dell’Ambiente*

sono stati invitati a partecipare al confronto

Giuseppe d’Ercole - Cisl nazionale

Andrea Costi - Uil nazionale



Quale futuro dopo Durban

12 12 2011

Ancora una volta una Conferenza delle parti sui mutamenti climatici vissuta pericolosamente, sempre sull’orlo di un dirupo che avrebbe visto scomparire l’unico strumento multilaterale in campo, l’occasione cioe’ di mettere intorno allo stesso tavolo tutti i paesi e governi del Mondo (ben 194 Paesi, Vaticano compreso) con un meccanismo di discussione stabilito dalle regole delle Nazioni Unite, che permettono al più piccolo e povero degli Stati di pesare (almeno nelle sedi formali) quanto gli Usa, la Cina o l’Unione Europea, e quando sul tavolo ci sono questioni come la crisi climatica, il surriscaldamento del pianeta, milioni e milioni di persone costrette a lasciare i loro territori perché resi invivibili dai mutamenti climatici, e’ difficile immaginare strumenti diversi.

Ancora una volta dopo lunghi e difficili negoziati che addirittura hanno sforato di quasi un giorno e mezzo la fine dei lavori stabilita, si é riusciti ad evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta superando l’attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo.

In questi ultimi anni le formule di governance mondiale alle quali eravamo più abituati sono saltate e non ve se ne sono sostituite delle altre, se non a geometrie variabili, ma sicuramente in questa occasione la preoccupazione di quale posizionamento ottenere dentro il nuovo atlante della geopolitica ha giocato un ruolo molto forte. Contemporaneamente lo ha giocato il peso di un concetto che nel momento in cui devi procedere verso un nuovo “protocollo di Kyoto” fa la differenza, e cioè si riparte da zero o le responsabilità avute nel primo protocollo sia nell’inquinare che nel non averlo rispettato (stiamo parlando di coloro che hanno generato dall’inizio dell’era industriale l’80% delle emissioni di gas serra che hanno già innalzato la temperatura media globale di 0,8 gradi), vanno a farsi benedire?

La “Piattaforma di Durban” partorita ieri mattina prevede la sottoscrizione di un nuovo accordo globale entro il 2015 e la sua applicazione a partire dal 2020, e si e’ riusciti ad ottenerla grazie ad un intenso lavoro del cosiddetto “green groups” (gran parte dei Paesi tranne BRIC e Stati Uniti), con un ruolo determinante dell’Europa e finalmente anche il sostegno convinto del nostro governo, che alla fine sono riusciti a convincere India e Cina ad abbandonare il gioco dei veti contrapposti e costringere gli Stati Uniti ad approvare un mandato a sottoscrivere un accordo globale che abbia il Protocollo di Kyoto come architrave.

Momenti nei quali la diplomazia ha discusso parola per parola come probabilmente nella sua natura più intrinseca, ma che visti i preoccupanti limiti dell’accordo, ha bisogno di essere rivista fino in fondo. Appare evidente che arrivare a questi momenti senza accordi almeno istruiti, tracciati precedentemente, durante i mesi tra una Conferenza delle parti e l’altra, toglie quasi completamente chance di riuscita a quest’ultime.

Vanno trovate formule e strumenti perché possano essere monitorate e condizionate nella quotidianità le azioni dei Paesi rispetto alla sostenibilita’.

Molto debole l’accordo raggiunto sul Green Climate Fund, dove si é solo riusciti a definire la struttura e le modalità di gestione del fondo destinato a finanziare le azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai mutamenti climatici nei paesi poveri.

Ancora una volta manca qualunque certezza sui finanziamenti promessi a Copenaghen e confermati a Cancun attraverso una roadmap che aumenti annualmente i 10 miliardi di dollari già stanziati per il 2012, sino a garantire i 100 miliardi di dollari promessi per il 2020. Ma anche le modalità di finanziamento del fondo, che da molte parti viene richiesto siano pubblici e senza interventi di istituzioni come la Banca Mondiale, rimangono nel vago.

Cosi’ come e’ rimasto intatto il cosiddetto “gigatonne gap” ossia il divario (che l’Unep stima tra 6 e 11 gigatonne di CO2) tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. Partirà il trattato REDD+, con cui i Paesi sviluppati si impegnano a finanziare le iniziative di difesa delle foreste dei Paesi più poveri. Insomma le emergenze sono davvero tante e forti e ancora tempo per tattiche e posizionamenti quando parliamo del futuro della vita sul Pianeta non ce n’e', solo se questo diventerà il vero assunto del giorno dopo di questa ultima Cop potrà esserci un futuro.



Durban sul filo, tra speranze e proteste

12 12 2011

foto.JPG Siamo di nuovo sul filo di lana, ma forse si può riuscire a convincere gli statunitensi a fare la voce grossa ma poi a non mettersi definitivamente di traverso, e magari la Cina, India e Brasile a ritenersi soddisfatti di aver messo in difficoltà gli Stati Uniti, e infine dare l’ok. E’ il lavoro che stanno facendo i Paesi del “green group”, quasi 150 Paesi con dentro Paesi africani, Europa e tutti gli altri tranne i Paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), che entro oggi dovrebbero convincere tutti i Paesi presenti alla Cop17 a firmare un accordo che faccia proseguire il processo, vada ad un Kyoto2 ma traguardando un po’ il tutto al 2020.

Nel futuro del Protocollo di Kyoto, a scadenza nel 2012, l’Europa potrebbe essere il punto di riferimento per una forte partnership Ue-Cina e un’alleanza con Brasile, Sud Africa, India e Messico, così aveva detto il neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini presente alla Cop, ed effettivamente a Durban l’Unione europea è sembrata più capace di tenere ferma la propria posizione sulla necessità di un accordo globale per la riduzione delle emissioni, e costruire alleanze.

Un’Europa che sembrerebbe avere in testa una geografia con ai margini del campo gli Stati Uniti, il Giappone e il Canada e come giocatori di peso da un lato se stessa e dall’altro le grandi economie emergenti.

Il contesto generale della Cop17 comunque continua ad avere sul tavolo due problemi molto seri che sono l’urgenza di assumere iniziative globali per ridurre il rischio di mutamento climatico e le emissioni di carbonio, e il secondo è che per ridurre le emissioni di carbonio, va cambiato il sistema energetico mondiale riducendo il peso dei combustibili fossili, e se quindi alla fine il Kyoto 2 ci sarà, tanti Paesi chiederanno e stanno già chiedendo maggiore flessibilità da parte dell’Ue sulla road-map, cioè il calendario con i passi da compiere per raggiungere il futuro accordo globale dal 2020.

Qui a Durban la lotta ai cambiamenti climatici si è posizionata su nuovi scenari con un cambio della geografia e con l’entrata a pieno titolo sull’atlante delle nuove economie, prima di tutte la Cina. Dopo il “caso” Canada che definito il Protocollo cosa del passato ha ricevuto le proteste di alcuni attivisti canadesi che hanno fatto incursione nella Plenaria, è stata proprio la Cina, uno dei maggiori emettitori mondiali di CO2 a fare da grimaldello per i Paesi pro-impegni: +25% di efficienza energetica, un milione di vetture elettriche al 2015, l’obbligo delle lampade a basso consumo a partire dal primo gennaio 2012, 50 miliardi di dollari investiti in tecnologie alternative (contro i 17 degli Stati Uniti), un potente investimento in fonti rinnovabili.

La Cina ne ha chiesto il prolungamento con i “range” dichiarati e una revisione tra il 2013 e il 2015 (proprio il periodo in cui e’ stabilita l’uscita del nuovo rapporto del braccio scientifico dell’Onu IPCC). Il Brasile, dove in singoli Stati come San Paolo, Rio De Janeiro, Pernambuco e Santa Catarina, sono state votate leggi per tagliare del 20% le emissioni al 2020, vorrebbe un meccanismo volontario di riduzione, strumento questo che a differenza di un emendamento a Kyoto, non necessita di ratifica, intendo dire quindi che per loro Kyoto può continuare.

Ma c’e’ chi, come la Norvegia, e’ pronta a entrare in Kyoto 2 anche senza road-map.
Rimane indispensabile, dichiarano gli ambientalisti, raggiungere un accordo chiaro su come colmare il “gigatonne gap”, ossia il divario tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto almeno dei 2°C. E serve anche trovare un accordo su come rendere operativo dal 2013 il Green Climate Fund (GCF) destinato a finanziare le azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai mutamenti climatici nei paesi poveri. E’ fondamentale dare certezza ai finanziamenti promessi a Copenaghen e confermati a Cancun attraverso una roadmap che aumenti annualmente i 10 miliardi di dollari già stanziati per il 2012 sino a garantire i 100 miliardi di dollari promessi per il 2020.

E l’attuale crisi economica e finanziaria non dovrebbe rappresentare un alibi perché come già evidenziato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia ritardare l’azione è un finto risparmio: per ogni dollaro d’investimento evitato prima del 2020, sarà necessario investire 4,3 dollari in più negli anni successivi per controbilanciare l’aumento delle emissioni.

Dalla COP di Copenaghen in poi questi appuntamenti sono diventati non più solo per ambientalisti o addetti al settore ma luoghi importanti per tutte le realtà di società civile e anche questa volta questa presenza c’è stata fino ad organizzare una serie di attività anche fuori le mura della COP promosse dai movimenti sociali sudafricani riuniti nel Comitato C17. Le grida più forti scandivano “Amandhla” (potere in lingua zulu), e gli stessi rispondevano “Awethu” (è nostro) e dietro lo slogan “Uniti contro il cambiamento climatico” oltre diecimila persone hanno sfilato per le vie di Durban, maggiore porto commerciale dell’Africa meridionale, il principale porto mondiale per lo zucchero e un centro importante per l’industria tessile e le conserve.

Nonostante il suo ruolo economico di primo piano però, la disuguaglianza sociale è evidente, gli indici di criminalità sono alti e un terzo dei poveri vive ancora negli slum. Molto presenti nelle proteste le realtà africane impegnate contro le privatizzazioni dei servizi basici, con il più grande movimento sociale sudafricano Abahlali baseMjondolo (”coloro che vivono nelle baracche”), quasi 200.000 persone solo a Durban, impegnato a garantire la sovranità energetica nei quartieri popolari e nei ghetti. Il mondo contadino che chiede che la riforma agraria promessa alla fine dell’apartheid, e mai attuata, e che denuncia le pratiche di landgrabbing delle multinazionali Monsanto e Angloamerican.

Il Cosato, il più importante sindacato sudafricano con due milioni di iscritti, che propone la creazione di un milione di posti di lavoro nei settori dell’economia verde, le organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, Wwf e Friends of the earth, la giapponese Your environment summit, Actalliance, che raggruppa oltre 125 chiese in 140 paesi e che ha lanciato la campagna “Climate change kills me”. Ma anche le donne contadine africane, le “guardiane dei semi”, hanno marciato per la giustizia ambientale in queste giornate, protestando in lingua Zulu con manifesti con su scritto “occupy earth” piazzati proprio di fronte al gigantesco Hotel Hilton che domina la conferenza ufficiale del Cop17.






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